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Iniziamo con lo scritto di Cecilia. Sono passati quasi 5 anni da quell'agosto, ma i ricordi sono ancora vivi.
Agosto 2005: un grande desiderio si realizza, vedere l’Africa. Da tempo sognavo di andarci, fin da bambina ero affascinata da elefanti e leoni, dall’immensità della savana vista nei documentari. Poi, tramite mio marito Andrea, è nata l’amicizia con Fabio e Cinzia. Da questo rapporto è sorto in noi il desiderio di collaborare con l’Associazione Italia Uganda Onlus per la realizzazione dei loro progetti. Nel tempo, complici i loro racconti dei viaggi in Uganda, abbiamo maturato l’idea di andare proprio là, nell’Africa più “nera”, che non è quella dei villaggi turistici e dei safari organizzati, ma quella dei villaggi e basta. Il 3 Agosto all’alba, Fabio, Cinzia, Andrea ed io siamo partiti alla volta di Kampala. L’impatto con la realtà africana non è stato facile, anche se Angela, Stella, Okello e tutti i ragazzi della missione di Padre John si sono fatti in quattro per farci sentire a nostro agio. Quello che colpisce di più di questa terra è il contrasto tra le meraviglie della natura (con i suoi tramonti, la terra rossa, il lago Vittoria e il Nilo con le sue magnifiche cascate e la savana, immensamente più bella di quella vista in televisione) e le difficili condizioni di vita della gente. Gli ugandesi sono davvero fantastici, soprattutto i bambini che ti corrono incontro appena ti vedono, e ti guardano con i loro grandi occhi, sperando di ricevere una caramella …. Vivono per strada, a piedi nudi e vestiti di stracci, se sono fortunati fanno un pasto al giorno, non hanno l’acqua in casa e, a dire la verità, molti non hanno neanche una casa. Però sorridono, si fanno fotografare ed i più coraggiosi ti chiedono ciò che più sta loro a cuore: poter andare a scuola. Per non parlare dei piccoli che vivono nel nord del paese, martoriato da una terribile guerra ormai ventennale: loro addirittura sono costretti a dormire nelle chiese, nelle missioni o nel cortile dell’ospedale di Lacor, per sfuggire ai ribelli che saccheggiano, rapiscono e uccidono. Mi sono chiesta più volte come abbia fatto Padre John a lasciare l’Italia e la sua famiglia per andare a vivere tra questa gente, dalla mentalità così diversa dalla nostra, con molti problemi da affrontare ogni giorno, molti cuori da confortare, molte bocche da sfamare, …. Poi guardo con stupore alle opere che ha realizzato: l’asilo, la scuola con il collegio, la clinica, la falegnameria, la chiesa, e soprattutto quello che ha insegnato agli ugandesi, in particolare la fedeltà alla preghiera e la certezza di essere amati da Dio nonostante la propria miseria. Ecco come si fa a vivere in Africa: ci vuole una fede salda, una mente aperta e un cuore grande, nel quale ci sia posto per tutti indistintamente. Il vero senso di questo viaggio l’ho capito solo stando lì, vivendo l’Africa giorno dopo giorno, con le sue meraviglie e le sue contraddizioni. Quello che è certo è che sono tornata diversa: sono partita con il desiderio di amare e sono stata amata, di aiutare e invece sono io ad essere stata aiutata a capire cos’è la solidarietà, cos’è la dignità nonostante la miseria, cosa sono la fame e la guerra, e che alla fine non conta molto quanto si possiede, ma quanto si è in grado di amare. Sono partita con l’intenzione di cambiare il mondo e sono stata cambiata io!
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Commento file: Gruppo davanti al cancello della scuola superiore

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Commento file: Cecilia con i bimbi di Bbiina

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